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| E però c'ha la faccia storta! (#rosicare) |
Le Idi di Marzo non è solo l'opera di un regista che si sta costruendo una seconda giovinezza proprio dietro la macchina da presa, cercando di lavorare sui significati più profondi di quel Sogno Americano che spesso si è trovato a raccontare da attore; ma è anche un'opera che dimostra come la politica statunitense non possa più trovare quella dimensione ideale (e idealistica) che Oltreoceano sembrano aver perso con le menzogne di Nixon - che chiudevano idealmente un percorso di morte dell'eroe americano cominciata a Dallas nel 1963 - e che credevano di aver ritrovato prima con la pretesa di una crescita ipertrofica e infinita sotto Clinton e poi con la speranza di un futuro migliore con Obama (... e ci abbiamo creduto tutti). Ma non è tanto il giochetto "Mike Morris-Obama" a dover interessare, quanto la profondità di un discorso morale che Clooney, prendendo come partenza il loro teatrale Farraguth North di Beau Willimon , costruisce aggiungendo alla sua messinscena sobria, contratta e "sottraente" un dialogo serrato, costante, incalzante e significativo. Se da un lato si può, quindi, contestare il film perchè dice troppo, dall'altro si può notare come questa apparente esplicità sia molto più efficace proprio grazie alla generale asciuttezza del film: pochi movimenti di macchina in favore di un lavoro sui piani (molti piani americani, moltissimi primi piani, alcuni fondamentali primissimi); lo spazio costruito sia secondo uno schema teatrale in cui i personaggi si muovono in uno scenario chiuso e definito, sia in profondità in modo da raffigurare la struttura del microcosmo che sta dietro la faccia principale della politica. Non ci sono molte contrapposizioni se non quelle che il film ci racconta con schieramenti di campo e differenze di ruolo (chi lavora per Morris sta da un lato, chi lavora per Pullman dall'altro; gli assistenti principali dormono in hotel, il resto dello staff in motel) perché tutto va raffigurato e visto nello stesso momento, perché è attraverso la profondità dei piani che si coglie sia la difficoltà del lavoro - l'organizzazione di una campagna politica - sia la stratificazione di chi questo lavoro lo fa.
Se ne sono lette molte, in questi giorni, di critiche al film. Molto spesso di legge nelle immagini più di quanto queste mostrino in virtù di questo ragionamento: visto che il film parla, probabilmente, di Obama, i colpi di scena che portano l'immacolato governatore Morris a rivelarsi quello che in realtà ogni politico è significa chiaramente una critica alle promesse mancate e a una nazione che, stretta dal collasso del suo sistema economico, non riesce più a immaginare un domani migliore per se stessa. E quindi si leggono le azioni future di un Presidente che non esiste e non esistono. Mereghetti, nella sua recensione sul Corriere, ha scritto proprio la parola "promessa" senza che nessuno sappia effettivamente che cosa ne farà il presidente di quanto promesso in campagna elettorale. Questo perché tendiamo a vedere il cinema come uno specchio del reale in grado di significare sempre milioni di altre cose non solo rispetto al significato primario e secondario, ma anche rispetto al meraviglioso limite della sovrainterpretazione.
La mia lettura è molto meno fantasiosa, ed è legata alla necessità degli americani di "prendere un respiro profondo" e darsi una grande calmata. Vedere i manifesti di Morris nello stile in cui Obey ci rimanda subito alle famose immagini di Obama, ma Willimon ha scritto il testo pensando a Howard Dean. Erano altri anni. Era un'altra nazione. C'era ancora spazio per sperare e la pietra di paragone era lo scandalo Lewinski. Ecco perché non si possono "scopare le stagiste". Ecco perché il ruolo dei media è così importante nel determinare il crollo o meno di un candidato anche se visto non tanto come un qualcosa di integrante la campagna, ma un universo alieno da sopportare malgrado e nonostante tutto (consiglio, su questo fondamentale punto, di recuperare le ultime stagioni di quel capolavoro universale e totale che è West Wing). Ecco perché il meccanismo che prima sembra guidare i personaggi secondari - non secondari rispetto alla trama del film ma rispetto ai ruoli della poltica, ovvero Paul Zara e Stephen Myers, gli spin doctor di Morris, quelli che di solito stanno dietro le spalle dei politici - diventa in seguito guidato dall'assistente idealista che, coperto da quella badilata di merda che sperava di lanciare contro gli avversari, capisce che le teorie politiche di cinquecento anni fa sono sempre molto più efficaci di ogni proclama di speranza e futuro in un mondo clamorosamente post-ideologico.
Ho letto di critiche al veloce succedersi di colpi di scena nella parte finale dopo un inizio che si prende tutto il suo tempo per impostare l'azione. Si tratta di un falso problema. Come detto, questa polarità è funzionale al discorso del film: molto esplicito nel messaggio quanto sottile e dimesso nel tono (lo stile). È questo che funziona: il mix e l'esplosione finale che porta verso un finale vertiginoso e potentissimo, dove la semplicità del primo piano di Ryan Gosling - muto, inespressivo, svuotato (combinazione - o sovrainterpretazione - si siede sulla sedia per l'intervista dopo essere passato in un tunnel che l'ha oscurato completamente) - si stratifica grazie alla situazione - l'intervista televisiva in diretta via satellite - e alle voci over registrate di Morris che arringa la folla alla fine di un comizio in cui predica tutto quello che sappiamo aver malamente razzolato. «Dignity matters. Integrity matters. Our future depends on it». E poi il buio. Come se il resto, amleticamente parlando, non fosse veramente altro che silenzio.

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