giovedì 1 dicembre 2011

Note americane clamorsamente di parte dal 29 TFF (cap. II)

Quella voglia di bella cultura che ci rende così cinici...


MIDNIGHT IN PARIS
(regia: Woody Allen)


Ci manca solo una soffitta, eh?



A differenza dei pareri scafati dei cinici da salotto che ormai sembrano non dare più possibilità a niente e a nessuno, resto convinto dell'idea che negli ultimi anni Woody Allen abbia trovato una dimensione del racconto personale che riesce a coniugare un determinato tipo di espressione cinematografica (sia narrativa, sia estetica) e una chiara visione del mondo che usa le armi del racconto per dire delle cose senza preoccuparsi di un'apparente didascalismo proprio per la capacità che solo i geni hanno di andare a fondo nelle cose in una maniera molto più sottile e profonda. [... un bel respiro]

Probabilmente pecco di entusiasmo, ma negli ultimi anni, mentre la gente sembrava fare a gara a chi si faceva fregare meno, sono uscito pressoché sempre entusiasta dalle visioni dei film di Allen. Anzi, con la sola eccezione di Scoop e Vicky Cristina Barcelona (e forse anche La maledizione dello scorpione di giada e Hollywood Ending: ma dovrei rivederli 'che sono passati un po' di anni), posso affermare senza ombra di dubbio che mi sono piaciuti tutti tra il tanto e il moltissimo. Pure episodi controversi per definizione e che probabilmente "nessuno" di quelli che la fuori sembrano non avere più tempo per dedicarsi a un vecchio si sognerebbe di difendere come Anything Else, Melinda & Melinda e Incontrerai l'uomo dei tuoi sogni.

In quest'ottica si può capire come mai sia così sicuro nell'unirmi ai cori di felicità che hanno accolto le proiezioni di Midnight in Paris. Film non solo bellissimo (presentandolo al Torino Film Festival, Emanuela Martina ha affermato: «è tornato ai suoi livelli, quelli de La rosa purpurea del Cairo») ma anche poetico, urgente, capace di guardare alle paranoie di una generazione "persa" a suo modo con l'occhio di chi quelle nevrosi - forse uguali nell'espressione ma diverse nella genesi e nel "vissuto" - le ha vissute ed esplorate da più punti di vista possibile e offrire uno sguardo assieme cinico e sognante, amaro e speranzoso.

Ci sono tante cose che si incontrano in questo film. Ci sono attori che, diretti da un maestro che sa perfettamente cosa vuole e come ottenerlo, si consacrano a maschere poetiche di vertiginosa potenza (e io che sono un fan della prima ora di Owen Wilson non posso che essere commosso dalla sua performance). C'è la creazione di quest'universo fittizio che pone la "perdita" di una generazione in confronto ad un'altra generazione "perduta" - anche istituzionalmente - non per confrontarla ma come estensione delle paure e dei fantasmi che ci/vi/ti impediscono di andare avanti perché bloccati in un rovello infinito in cui la realtà deve per forza essere un luogo dell'insoddisfazione per lasciare la pura espressione delle proprie felicità nel momento della "crisi" (... e a voler allargare il discorso, questo è sia un discorso caro ad Allen - oltre al film citato dalla Martini qualche riga più un su, mi viene in mente Provaci ancora Sam - ma anche a tutto il cinema contemporaneo americano degli ultimi anni, che sembra quasi fondarsi sul conflitto della realtà di tutti i giorni con un mondo "altro" che la mette inevitabilmente in crisi: da Inception a Hereafter, da Where the Wild Things Are a Eternal Sunshine of the Spotless Mind e i titoli potrebbero continuare). E c'è Parigi. Perché è anche vero che i luoghi deputati sono sempre i soliti - «le solite cartoline», come direbbe qualche saputone - ma questi luoghi devi saperli usare, le cartoline devi saperle mandare, e per usare dei posti carichi di storia, significato e poesia, non puoi permetterti un approccio didascalico che si limita a raccontare dove sei stato e quanto ti manca il tuo amico che non è potuto venire, devi costruire un discorso preciso, devi saper andare al cuore delle cose proprio per poterle raccontare e farle diventare il "confine" attraverso tutti gli altri segni non solo si organizzano, ma sono in grado di porsi su differenti livelli capaci di cogliere più sfumature. [... altro bel respiro]

Ci sarebbero molte altre cose da scrivere... e ci vorrebbe una riflessione molto più lunga, elaborata e decantata. Ma il bello della scrittura a visione calda è proprio il poter riversare tutto l'entusiasmo del mondo per una pellicola del genere consapevole non solo che uscendo al cinema tipo dopodomani potrò andarla a rivedere subito, ma proprio per cercare di far capire che qui il cinismo non serve, né dimostrare di essere più avanti di tutti gli altri: basta amare le cose belle e sapere quando è il caso di smetterla.

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