mercoledì 28 dicembre 2011

Criticare quando tutto è uguale a tutto

Harold Bloom non crede al relativismo mentre ascolta Wilco (cit.)


In un recente post apparso sul sempre ottimo Bastonate si discute, nei toni abrasivo-torrenziali propri di uno dei termometri più attenti di quel che resta della blogsfera (1), di Maria Antonietta, ultima vedette trasformista dell’ambiente indie musicale de noantri. Ma il vero senso del post (che potete leggere nella sua interezza qui), a mio avviso, è un altro. Dando per scontato che chi legge queste righe sappia benissimo chi sia Maria Antonietta (2), cerchiamo di concentrarci su quello che i saggi Farabegoli e Simone Rossi mettono in discussione: nientemeno che il concetto di critica in sé. Ora, probabilmente i Nostri se la rideranno di gusto sapendo che qualcuno ha pure preso veramente sul serio i loro deliri ma percorrendo il post, di cui citerò di passi più significativi, emergono alcune emergenze che sarebbe ingeneroso perdere nel fiume della boutade brillante.

Anche i cantautori sono musica da ragazzine: cercare la verità nei testi di Bob Dylan ti rende figo di fronte al tuo amico che non sa l’inglese, ma poi passa uno che ha letto sei volte le memorie dal sottosuolo di Dostoevskij e ti dice Cosa ne vuoi sapere tu dell’inquietudine? A fare del relativismo su tutto finisce che non si stringe niente e tutto passa […]

Da tempo, infatti, sembra che la critica musicale sia divisa in due categorie di pensiero: quando si parla di dischi normali (stranieri, quindi, che possiamo leggere in relazione al tutto che ci circonda) e dischi italiani e, ancora peggio, di dischi italiani indipendenti. In questo caso, l’asticella della tolleranza si alza miracolosamente: non si confronta più il disco con l’immensità della storia del rock – ma anche solo delle influenze che la band soggetto della critica dimostra, per dire – ma si torna pericolosamente in territori para-crociani in cui il disco va giudicato per il disco, in cui sembra non esistere un universo al di fuori del testo e per cui si tende a perdonare tutto in virtù del fatto che: “Ma sì, dai, in fondo non fa male a nessuno”.
Mentre in realtà sì, a qualcuno fa male: a tutti.
Perché a furia di perdonare la produzione di musica non brutta ma, peggio, mediocre, si concede a tutti la possibilità di dire qualcosa oltre ogni ragionevole dubbio. Si porta il livello generale a qualcosa di molto vicino ad un grado zero che non significa più pura essenza delle cose, come diceva Barthes, ma allo “zero” artistico. Niente. Calma piatta. Si livella tutto e non esiste più nessun tipo di politica culturale, nessuna progettualità, nessuna spinta reattiva che vada oltre una constatazione del fatto che ormai la modernità è liquida e quindi tanto vale vivere di micro-unità sovrapponibili in cui tutto vale e tutto è uguale a tutto (3). E non è un caso che sia proprio l’indie – o meglio, quel che ne rimane – a farne le spese.
Continua:

I generi musicali non esistono più, chiunque ascolta qualunque cosa. L’appartenenza all’elite di chi ascolta la musica giusta funziona per autocertificazione e si manifesta in una serie di pratiche rituali ripetute a nastro da quasi tutti –foto ai concerti, un account su ogni network di massa, un blog, una collaborazione con non so manco io chi cazzo, eccetera. Il gruppo pop italiano del 2012 si chiama I Cani e affastella più o meno ad arte una serie di luoghi comuni. Maria Antonietta ci prova da una prospettiva più indie.

Ecco. Tutto è davvero uguale a tutto e vale qualunque cosa. Addirittura cambiare identità n volte nel giro di pochi anni:

Maria Antonietta un anno fa si chiamava Marie Antoinette, aveva messo fuori un disco autoprodotto di gradevolissimo cantautorato lo-fi in inglese piuttosto passabile e ci era piaciuta. L’anno prima Maria Antonietta si chiamava Letizia qualcosa e cantava negli Young Wrists, un gruppetto di shoegaze depresso calligrafico ed artisticamente tristissimo che la critica ha adottato bene e spesso come un buon segnale dal futuro dell’indie rock italiano. Ora gli Young Wrists si sono sciolti, lei canta in italiano e tutto è finito a culi. Succede. Una volta mettevi un fuzz nel primo disco ed eri condannato a vita, ora puoi passare dai Joy Division ai Beach Boys nel giro di due anni e la prendono tutti come una cosa normale.

Vorrei concentrarmi sull’ultima frase che, secondo me, racchiude perfettamente il senso di spaesamento dell’"ascoltatore musicale contemporaneo" (4) e, assieme, il risultato di errori di valutazione della critica che, in preda al buonismo d’accatto, ha permesso il proliferare di una generazione per cui la musica è collezionismo e non progetto identitario, apparenza e non appartenenza: non c’è soluzione di continuità tra le soluzioni del genere (passare dai Joy Division – con tutto quello che ne comporta in anni in cui portare una maglietta di Unknown Pleasure significava ancora qualcosa e non come adesso che da H&M ti trovi le magliette dei Ramones: senso di appartenenza a 14.95 € – ai Beach Boys come se niente fosse) ma diventa tutto perfettamente normale perché la collezione è vista quasi come un enorme e immenso shuffle, uno zapping in mp3 in cui si passa da Isolation a Wouldn’t It Be Nice senza leggere lo scarto significativo delle situazioni contingenti. È un problema congenito al problema dell’"ascoltatore musicale moderno", ovvero la mancanza di formazione, questa sorta di invasione di musica in lungo e in largo che ha portato un sacco di ragazzi della mia generazione ad ascoltare tonnellate di dischi senza veramente entrarci a un livello più prondo in concerto con una critica che ha sempre più perdonato la mediocrità imperante evitando di esporsi per lavorare ad un progetto culturale vero (5).
Anche perché questa attitudine, il risultato di questi modi di approcciarsi così maledettamente passivi (ma pensati come attivi e figli dei tempi più fichi che un uomo può vivere), ha abbassato le difese e ridotto il campo visivo in modo da dimenticarci la verità esposta nel finale di queste poche righe.

Un mio amico scrittore affermato mi ha detto che le attenuanti tipo “È giovane, è il suo primo romanzo, si farà” non hanno senso: lui concepisce la letteratura TUTTA come un mondo UNICO: ci sei tu e c’è la pagina bianca e ci sono le tue cazzo di idee e i tuoi cazzo di sentimenti e se decidi di scrivere un libro ti devi rendere conto che giochi lo stesso gioco di Joyce, Nabokov, Carver, chi ti pare: “Perché dovrei leggere te, con tutti gli scrittori bravi che non ho ancora letto?”.

Il fatto è questo. Non esistono universi paralleli. Non esiste la Serie A e la Serie B. Esiste la musica. Esistono i Wilco ed esiste Maria Antonietta. Esistono i miei 40 minuti da ascoltatore e esiste il criterio della scelta.
La domanda non è snobistica e nemmeno banale, in tempi come questi in cui sembra che un sacco di gente ascolti tutto di tutto quello che ogni più piccola etichetta italiana sembra pubblicare: perché devo ascoltare questa roba? Perché devo ascoltare della roba che parte ideologicamente perdente e debole? Perché devo ascoltare progetti anche musicalmente accattivanti e, in potenza, interessanti, quando è palese e sotto gli occhi di tutti che non esiste nessun vero motivo che ha portato questa gente a fare questa musica? Perché devo prendere tempo a credere alle cose di chi per primo non ci crede veramente sperando solo di perpetrare all’estremo una mediocrità supportata dai social network, dagli amici, da chi vuole starci dentro e da chi è troppo preso dalle sue cose per perdere tempo a rispondere alle mail incazzate di chi è stato stroncato mentre tutti gli altri vengono incensati o, quantomeno, tollerati con toni paternalistici? Perché la critica, gli artisti, gli ascoltatori pensano sempre così in piccolo? Perché non sono più capaci di pensare che oltre il giardino c’è l’universo? Perché pensare che il mondo finisca al palco del MiAmi? Perché se scrivo narrativa devo confrontarmi con I fratelli Karamazov (ma anche, per non restare nei “classici canonici”, con Non è un paese per vecchi e Infinite Jest) e se mi metto a suonare posso anche fregarmene di Exile on Main Street, Nevermind e Yankee Hotel Foxtrot? Perché la musica pop continua a volersi dimenticare la sua coscienza storica?
Forse sono domande senza risposta perché da un lato la musica pop come industria è sull’orlo del collasso, così come l’editoria musicale (6), e dall’altro sono tempi in cui quello che da noi è sempre stato visto come un passatempo da chi se lo poteva permettere – salvo le dovute eccezioni che ci sono sempre – per cui possiamo sempre restare provinciali facendo musica all’americana/inglese qualche anno dopo che Pitchfork ci ha rotto le palle a suon di 8.9. Senza considerare che le cose importanti nella vita sono oggettivamente altre. Ma è anche vero che, a furia di considerare certe cose “frivolezze fine a sé stesse”, si è arrivati al punto in cui in Italia siamo sommersi da musica indipendente mediocre e nessun progetto lungimirante in grado di costruire qualcosa di degno al di là della trovata casuale di qualche bella melodia.
Concludo citando ancora il post da cui questa inutile riflessione è partita:

Uno prova pure a chiedersi a che pro, ma poi fai la figura dell’hater, detto proprio così in inglese ma con l’acca molto incerta perché sei un eiter nostrano e non hai l’afflato epico né il resto.

Anni dopo la pubblicazione del libro di Eco, siamo ancora la periferia dell’Impero.

Note:

(1) Quella sorta di fittizio nonluogo in cui per quindici minuti tra il 2004 e il 2006 ci siamo tutti sentiti parte di qualcosa. Pure il sottoscritto ne faceva parte, quando era un rampante critico webzinaro con tanto di spillette sul bavero di una giacca rubata allo zio.
(2) Al sottoscritto non interessa più di tanto ma vi rimando al link esplicativo sul Forum del Mucchio Selvaggio.
(3) Qui non vorrei lanciare il mio solito elenco di testi sul postmoderno ma ormai Bauman l’abbiamo letto tutti ed è anche inutile citare il suo libro più famoso che, tra l’altro, ormai ha anche i suoi begli anni.
(4) In sintesi è quel personaggio che ascolta musica perché dotato di una connessione ADSL, o anche chi ascoltava musica comprando cd prima della connessione a banda larga ma cui la suddetta ha garantito un potere infinito davanti alle prospettive di ascolto illimitato dato dal file-sharing. Parlo per esperienza personale. Siamo quasi tutti ascoltatori “forti” perché di fatto garantiamo il circolo della conoscenza musicale attraverso i canali del 2.0, ma siamo anche ascoltatori “deboli” perché non vediamo l’mp3 come un mezzo di informazione ma di catalogazione collezionistica per cui si accumulano dischi che non esistono materialmente e li si ascoltano una volta per poi passare ad altro. Il sottoscritto, per dire, ha ascoltato tonnellate di musica degli anni Sessanta e Settanta ma quando i suoi colleghi più scafati lo mettono alla prova non si ricorda assolutamente niente. Forse è il caso di impegnarsi per una “decrescita” dell’ascolto?
(5) Il ruolo della critica è, ora come non mai, oggetto di una necessaria riflessione. Non serve più una rivista capace di indicare cosa esce e cosa è meritevole di ascolto, né una rivista che serva da guida (perché tutti cercheranno comunque, per quella sorta di bulimia dell’insoddisfazione che porta a volerne avere sempre di più, di ascoltare tutto anche se viene descritto come merda dal critico di turno). La mia idea è che la critica debba unire i puntini per cercare di capire cosa sta succedendo e non fermarsi all’approccio disciplinare a compartimenti stagni perché non uno degli aspetti positivi di questa “liquidità” è che non esistono più categorie così rigide. Quello che deve tornare, semmai, è un pensiero “forte” in grado di costruirsi anche ideologicamente – per quanto buffa possa sembrare questa parola nel 2011 – dall’unione dei vari puntini.
(6) È di recentissima pubblicazione una querelle tra il Mucchio Selvaggio e l’ex direttore Max Stèfani sulla ventilata chiusura del giornale. Linko ancora una volta il forum.

2 commenti:

Philip ha detto...

Forse il momento di scrivere quel libro è finalmente arrivato. Trova le bozze

Hamilton Santià ha detto...

non ci crederai (o forse sì) ma le ho sotto mano in questo momento.