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| Appunti di DFW su The Players di Don DeLillo |
È uscito anche in Italia, infine, Il re pallido (Einaudi), opera postuma che, nelle idee del suo autore, avrebbe dovuto superare il suo riconosciuto capolavoro Infinite Jest (Einaudi). Per superare, conoscendo un po' l'opera - sia narrativa che saggistica - di David Foster Wallace, penso si riferisse all'andare oltre. Oltre i limiti che quel romanzo già ridisegnava e riconfigurava; oltre ai ragionamenti sulla società contemporanea e sulla cultura (e, di conseguenza, la narrativa) prefigurate lungo tutti gli anni Novanta e così via. La scrittura, per DFW, era il gesto che conteneva un mondo di riflessione su più livelli. Era inutile leggere la sua opera per la trama, quanto per vedere come il suo personale stile (anche se, a conti fatti, noi lo leggiamo attraverso il filtro della traduzione, che è per altro cambiata dai racconti ai saggi passando per i romanzi recenti e così via... ma in attesa di leggere in Inglese - nella lista delle cose da fare, promesso - possiamo prendere per buono quanto fatto dai tipi di Einaudi e minimum fax) fosse la peculiare ricerca di un'espressione e pensiero non solo sulla parola, ma anche sulla cultura, sulla ricezione, sul mondo di rappresentazione. In tempi di postmoderno imperante - su questo, poi, ci torneremo, prima o poi - si è soliti dire che l'opera funziona come un "portale" per un mondo di conoscenza. Ecco: la parola, quella singola unità così importante, è il "portale" di DFW. Questo perché nella sua produzione niente è lasciato al caso. Prendiamo il reportage dalla premiazione annuale degli Oscar dell'industria cinematografica porno americana pubblicato in Considera l'aragosta (Einaudi). Probabilmente, un pezzo medio sull'argomento sarebbe stato sì brillante, ma anche schiavo di retoriche, luoghi comuni e scivolamenti di gusto portati da una prosa concentrata e votata alla pura «cultura del divertimento» (cfr. DFW, E unibus pluram, 1991). Wallace, invece, gioca proprio con la parola. Sceglie con cura il sentiero da percorrere per costruire le frasi. Non mette in ridicolo la gente di cui scrive tanto per metterla in ridicolo, ma cerca di cogliere le sfumature ironiche e paradossali facendole emergere con neutro disincanto. La sua non è una scrittura "morale" ma "psicologica". Anche quando riesce a trovare il tempo comico perfetto, lo fa costruendo un livello di significato che ricerca il ruolo della cultura e del contesto, con un rispetto quasi antropologico.
Forse è con questo tipo di rispetto che bisogna avvicinarsi a un oggetto strano come Il re pallido. Non l'ho ancora nemmeno comprato (la mia politica di de-crescita culturale anti-capitalista mi impone di frenare l'acquisto compulsivo di merci culturali, soprattutto quando la pila di libri da leggere supera quella di libri che ho letto) e non so quando lo leggerò (ragionevolmente, nel 2012), e non so se sia stato giusto pubblicarlo o meno. È vero che si tratta di un work-in-progress che DFW non avrebbe mai voluto farci vedere. È vero che, di questi tempi, l'operazione puzza di sciacallaggio e che purtroppo la morte ha trasformato lo scrittore in un idolo del contemporaneo (certo, lo so bene che era già considerato uno dei maggiori autori del nostro tempo, ma i fatti di cronaca hanno accelerato le dinamiche di santificazione. Intendiamoci, potrebbe anche essere una fortuna: leggere DFW è sempre meglio che non leggerlo), ma è anche vero che per chi è interessato al mistero - più che al mestiere carveriano - di scrivere, progetti come questo (o come L'originale di Laura di Nabokov, Adelphi) possono aprire ancora di più voragini di riflessioni enciclopediche. È un mondo che si sta formando, quasi come guardare un dvd del Big Bang. Una mente creativa fuori dal normale che combatte contro sé stessa per superare la propria genialità inventiva. Una finestra aperta che ci fa sentire infinitamente piccoli noi, con le nostre stupide velleità autoriali. Un nuovo tipo di labirinto semantico, che non può essere semplicemente letto bensì studiato, analizzato, riflettuto. Già stiamo scoperchiando una bara (ma non è forse lo stesso quando leggiamo i diari e le corrispondenze degli scrittori?), almeno facciamolo con il rispetto dovuto per uno che non sarebbe d'accordo con noi ma che, paradossalmente, sarebbe disposto a perdonarci nel momento stesso in cui la matita segna il primo appunto a piè di pagina.

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