Si tratta, ovviamente di impressioni a caldo, scritte o il giorno dopo o il giorno stesso e non vanno prese né come un tentativo di critica, né come altro che non sia il libero blaterare di un blog nel suo essere mezzo profondamente anti-democratico e ingiusto. Ma confidiamo nella vostra capacità di giudizio.
Premesse fondamentali
Per chi ancora non lo sapesse, sono fondamentalmente un americanofilo. Il mio orizzonte culturale di riferimento è quello delle scuole di scrittura creativa, del cinema indipendente nato sotto la malvagia cupola del Sundance Festival, dell'indie-rock dei Replacements e dei Pavement e così via. Non disprezzando assolutamente altre forme di produzione culturale (tranne quella asiatica... non è vero, ma è una posa, una presa di posizione assolutamente gratuita. Per dire, adoro il cinema di Ozu), mi sono sempre occupato prevalentemente di cose americane.
Il Torino Film Festival, quest'anno, impone scelte dolorose. Perché da un lato ci sono un po' di film americani da vedere o in concorso, o nelle sezioni speciali. Dall'altra c'è una retrospettiva fiume dedicata a Robert Altman. E per chi si occupa di cinema americano, Robert Altman è il corrispettivo di Dostoevskij per chi si occupa di... whatever.
Quindi, come dire, non è una questione di snobismo, ma di tempo materiale. Considerando anche che l'esperienza del cinema di assorbe completamente e durante la settimana si lavora anche, non si può che procedere per percorsi mentali puramente partigiani. Non è mica come i festival musicali, dove ti prendi una settimana di ferie e ti fai assorbire completamente. Qui c'è anche la vita vera.
(purtroppo.)
ps - scrivo queste note direttamente su blogspot, quindi non c'è molto spazio per l'editing o per la riflessione di lungo respiro. Non è né il luogo e né il momento.
MONEYBALL
(regia: Bennett Miller)
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| Non è facile essere del Toro, in ogni sport. |
Film chiaramente costruito per far capire ancora una volta che Brad Pitt è l'impersonificazione del Sogno Americano e che anno dopo anno diventa sempre più simile a Robert Redford. Il principale motivo di interesse, per chi scrive, è rappresentato dalla firma di sceneggiatura: Aaron Sorkin, semplicemente uno dei pezzi da Novanta tra gli scrittori di cinema di... sempre. Purtroppo, però, se la prima parte del film si basa su una scrittura clamorosamente sopra la media, con delle costruzioni narrative di grandissimo impatto (che puntano alla frammentazione dell'emotività, al fuori campo, all'esplosione empatica propria delle cose soltanto accennate), quando la trama evidentemente deve svoltare (e deve sia perché si tratta di una storia vera, sia perché un film del genere non può certo continuare a raccontare di un branco di perdenti che si piange addosso), lo fa nel peggiore dei modi: banalmente. Da uno che ha scritto West Wing, che ha sfidato la classicità con A Few Good Men e ha messo su una perfetta macchina inter-testual-culturale con The Social Network, la progressione narrativa da "good ol' fairytale" sembra davvero una scorciatoia abbastanza scorretta. Si passa da un lento e costante accumulo di dettagli significanti, battute di dialogo importanti e scelte una più azzeccata dell'altra (particolarmente apprezzata la sequenza dei titoli di testa: lì ero convinto di star guardando il più grande film degli ultimi anni) a un lento e basta procedere verso una conclusione ovvia. Non è che ci devono piacere i perdenti a tutti i costi, ma proprio quando le cose vanno bene, il film - per dirla in maniera poetica - svacca in un sentimentalismo da quattro soldi e si dilunga oltremodo posticipando la chiusura aggiungendo sequenze cariche di inutile melassa. Insomma, Sorkin did it for the money. Non c'è niente di male, così come non c'è niente di male costruire un ritratto apologetico di Brad Pitt. Però, insomma, si poteva cercare qualcosa di più raffinato per farci capire ancora una volta che nonostante i soldi siano fondamentali, non sono proprio tutto.
Però è bello, finalmente, vedere il messaggio "date ascolto ai laureati, ogni tanto" su grande schermo, in anni dove si vedono le università come un covo di perdigiorno da mandare in miniera da un momento all'altro.
WIN WIN
(regia: Thomas McCarthy)
Basta un'immagine:
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| Esattamente come sembra, amico. |
Esatto. Una pioggia torrenziale di american Indie. Furbetto, canonico, che rispetta la ricetta (il canovaccio Tenenbaum volgarizzato - nel senso di 'portato al popolo' - da Juno. Ci torneremo non appena ho tempo) e sai benissimo dove deve - perché si tratta di un imperativo categorico - andare a parare. Però, sapete cosa? In questa ricetta ben fatta, Thomas McCarthy (già apprezzato per L'ospite inatteso, che era meno indie e più esplicitamente amaro) riesce a costruire una narrazione più stratificata di quanto non possa sembrare. Se il film, stilisticamente, sembra non dire niente di particolare, riesce però a scavare per costruire su più livelli di significato una storia per niente banale, che esplode sotto un'apparente banalità mettendo insieme una riflessione sulla borghesia americana negli anni della crisi, uno sguardo sulla componente del caso nella vita delle persone, un pensiero non certo facile sull'impossibilità di dividere le categorie in "bianco" e "nero". Insomma, è un film dove forse le cose che dice sono più importanti della maniera con cui dice queste cose. Ma è anche vero che la questione della "costruzione" di un film che rispetta una determinata ricetta, può guidare il senso in una direzione quando invece il significato (qualunque cosa voglia dire) va da un'altra parte. Quindi, forse, anche il modo in cui certe cose sono dette è importante anche se sembra essere tutt'altro che speciale. Insomma, se da un lato ci sono le cose giuste al posto giusto e che capitano al momento giusto - ed è innegabile - dall'altro sembra che Win Win prenda molte strade secondarie nelle pieghe di questo ricettario per parlarci di qualcosa che va ben oltre una finta conciliazione finale.


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