mercoledì 13 luglio 2011

Efficaci costruzioni retoriche




«Farà l'avvocato. Bisogna ricostruirlo questo paese!»

Se dovessimo scrivere di film, dischi e libri in base al loro puro valore artistico dovremmo cercarci, necessariamente, non dico un altro lavoro, ma un altro hobby. Il giudizio di valore comincia a essere sopravvalutato. Da un lato, perché la qualità media ormai si è assestata in una produzione per cui è difficile fare qualcosa di veramente bello così come è altrettanto complicato fare qualcosa di realmente orribile. Bisognerebbe, forse, concentrarsi su lavori in grado di dire qualcosa, comunicare, essere funzionali a un discorso in un determinato momento. Vale per tutti. Ad esempio, non credo che un film come L'inventore di favole sia un capolavoro; tutt'altro: ma sono convinto sia un film utile a definire quella sottile linea di confine che separa finzione e realtà che è diventata spesso trasparente, spesso liquida. Soprattutto nella società americana. Certo, quella è la trama, ma ci sono altre cose per cui vale la pena recuperare il lavoro ma ci torneremo. Oggi si parla di Robert Redoford.

The Conspirator è un film che si costruisce su un ritmo lento, con dettagli che si aggiungono dando quasi per scontato che lo spettatore sia a conoscenza della complicata macchina della giustizia e della Storia americana. Pretende molto, dal pubblico. Molto più di quanto sia in grado di dare. Tanto per capirci, in altri film che si svolgono principalmente in aule di tribunale, si cerca di puntare sul dialogo incalzate e sull'esplorazione del soggetto in relazione allo spazio dell'aula con movimenti di macchina che cercano di cogliere dettagli, micro-reazioni, frammenti (si pensi a Codice d'onore). Redford non cerca niente di tutto questo, quasi a far sentire il peso della Storia, il peso della necessità di un'America in costruzione e il disagio di un uomo che si pone davanti alla macchina di costruzione della retorica che da un lato santifica Lincoln e, dall'altro, necessità di colpevoli per potenziarne la leggenda. L'importante onestà di Frederick Aiken (James McAvoy) va quindi letta non tanto come l'ingenuità dell'eroe di guerra idealista contro la macchiavellica spregevole degli alti papaveri di Washington, ma come la necessità di porsi sempre in una posizione moralmente inattaccabile per garantire la costruzione degli Stati Uniti, del suo "Sogno" e del suo particolare sistema di significati. Siamo nel 1865 e già si riconduce ogni frase ai principi elencati dalla Costituzione. Già si vede come gli Stati Uniti siano un paese che ha bisogno di trattare l'uomo come la più alta rappresentazione dell'evoluzione, sia in senso positivo che in senso negativo. Ed è tanto più significativo se si considerano questi discorsi alla luce della recente fine della Guerra di Secessione. Macerie come nuove fondamenta.

Non è tanto importante sapere come va o come non va a finire la vicenda. Tanto, il film è tratto da una storia vera. Quello che importa è come l'integrità con cui Redford costruisce alcuni dei suoi personaggi significhi la speranza di un'America che ha ben presente i cardini su cui ha iniziato a costruirsi. Cardini necessari, da non dimenticare se si vuol diventare Grande. Dopo aver visto come il processo contro Mary Surratt (Robin Wright), cospiratrice colpevole solo di essere al posto sbagliato al momento sbagliato e di essere la madre di un figlio descritto come un codardo incapace di prendersi le sue responsabilità (ma siamo in America, e il demone del rimorso alla fine arriva per tutti), deve chiudersi in una determinata maniera, per permettere che la costruzione vada avanti più velocemente possibile, l'avvocato lascia la professione. Un solo caso per capire come il Grande Paese si possa costruire solo mantenendo integra la propria dignità. Lasciando l'avvocatura la rende ancora più grande, un esempio per il futuro, affinché nessuno si lasci abbagliare da facili glorie e ancora più effimere scorciatoie. Si allontana in campo lungo mentre le didascalie ci informano del suo nuovo lavoro. Il giornalista. È interessante notare come la costruzione retorica degli Stati Uniti passi quasi sempre attraverso queste due professioni. Quasi a dirci che il bene supremo, oltre la Costituzione e oltre gli idealismi (e gli individualismi) e la verità. Se non puoi difenderla da avvocato, puoi sempre cercare di trovarla come giornalista. Solo rispettando la legge e la dignità della persona, sembra dirci Redford, garantisci la grandezza degli Stati Uniti. E solo rispettando i verdetti o cercando di capire qual è la realtà dei fatti e non solo le porzioni che vogliamo leggere, possiamo imparare e capire dove e come guardare.

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