mercoledì 8 giugno 2011

Quando la carta canta




Nel 1973, sull’onda lunga di quella crisi etica e morale che accompagna la Guerra del Vietnam, Don DeLillo pubblica Great Jones Street, un romanzo sulla paranoia, sulla dipendenza e sulla necessità di andare oltre l’iconocità del rock e della rockstar. Il protagonista della vicenda, Bucky Wunderlick, un mix di Jim Morrison, Bob Dylan e Lou Reed, scappa dal ritmo frenetico della (sua) vita riparandosi in un appartamento spoglio in Great Jones Street, Manhattan. Ad un certo punto, la narrazione si ferma e DeLillo scrive il “press kit” dalla band di Bucky. È un punto morto del romanzo. Ci sono i testi delle canzoni, i riferimenti all’autore, la casa editrice, le interviste, etc. etc. Poi riparte, racconta la sua vicenda e tanti saluti. Ma quel “frammento” è interessante. L’idea di inserire materiali altri dal romanzo è prassi ormai consolidata e, secondo David Shields [1], aiuterebbe a garantire un racconto meno asfittico e chiuso su di sé. Arrivamo al 2011. Jonathan Franzen pubblica Libertà, attesissimo seguito de Le correzioni. Lo scrittore si è sempre dichiarato grandissimo ammiratore di Don DeLillo e una delle vicende del suo romanzo riguarda proprio il personaggio di una rockstar, Richard Katz, in crisi col successo di culto della sua band, The Traumatics. Anche in questo caso, ci sono i testi delle canzoni (però, rispetto a Great Jones Street, non c’è nessuna sospensione del ritmo narrativo, sono integrati nel racconto). È notizia recente [2], però, che i Traumatics esistano veramente. Hanno un canale YouTube, una pagina Facebook, un account iTunes in cui acquistare il loro disco (chiamato, come nel libro, Insanely Happy) [3]. Quello che non era possibile nel 1973, grazie a internet, la tecnologia e quella tendenza che gli studiosi chiamano “narrazione transmediale” [4], diventa possibile oggi. Dopo aver letto i testi e immaginato una fusione tra i riferimenti musicali indicati nel romanzo (tra gli altri: Kinks e Velvet Underground), la band – anonima, non ha mai suonato dal vivo – ha creato una sorta di appendice “bottom-up”, cioè dal basso, al testo di partenza.


Non è niente di nuovo. Una prassi comune della medialità 2.0: prendere un testo base, rielaborarlo più o meno fedelmente e riproporlo per estendere l’esperienza. È una tendenza definita da Henry Jenkins cultura convergente [5]: non esiste più un solo testo, ma tanti testi che espandono la narrazione. Le canzoni dei “finti” Traumatics sfruttano l’onda lunga del successo di Libertà – e la musica di questi ragazzi non è davvero niente male – ma, stringendo ai minimi termini, non fanno niente di diverso rispetto a quanto fanno gli appassionati di Guerre Stellari quando autoproducono nuovi racconti audiovisivi nel tentativo di “estendere” le dimensioni del testo madre.


Rispetto a DeLillo, è cambiato il contesto culturale. Great Jones Street era figlio di una tensione e una paranoia diversa, apriva gli occhi su un certo tipo di tendenze che di lì a poco sarebbero state chiamate “postmoderne” (termine poi degenerato e usato per dire tutto per non dire niente) e non era concepibile utilizzare i testi per esperimenti del genere. La musica di Bucky andava immaginata, con la sua ansia, il suo rumorismo e la sua claustrofobia. Ora non è più così. Si può parlare di plagio? Del resto, i Traumatics fanno copia/incolla da testi di Jonathan Franzen e, attorno a queste frasi, costruiscono delle canzoni. Ma sono veramente canzoni inedite? È forse questa la cultura del remix? Oppure è semplicemente la naturale conseguenza di una tendenza comune nella cosiddetta “ecologia” dei media? Del resto, viviamo in un periodo storico inquieto, dove i mezzi di comunicazione e i prodotti della cultura di massa non sono più autosufficenti ma interdipendenti.


Episodi del genere sono all’ordine del giorno in campi come la musica e il cinema: si prendono materiali originali, si manipolano e si ripropongono con un nuovo senso, una nuova peculiarità e una testualità rinnovata. La letteratura è un territorio ancora vergine, o poco battuto. Spesso, casi del genere – in cui frammenti di un libro vengono rielaborati e estesi in testi indipendenti – riguardano altre creazioni letterarie: dalla fan-fiction agli spin-off di saghe famose, ma sempre su carta. Questo è il primo caso in cui si da vita a una band “cartacea”. A scrivere “Bucky+Wunderlick” su Google spuntano fuori riferimenti al romanzo, riflessioni sulle figure delle rockstar ma nessuna canzone “ispirate” alla musica evocata e ai testi inventati in Great Jones Street. Questioni di attualità, certo, ma anche la questione di un’epoca che sembra non accontentarsi di quanto offerto da un testo singolo e da quanto l’immaginazione può creare tra le righe. È una variante del “tutto e subito”, un’esperienza di certo espansa ma non per questo più profonda; un interessante esercizio retorico che “distrugge” i confini ben definiti di un libro e li porta da un'altra parte, su una strada a doppia corsia. Forse anche questa è la paranoia di un’epoca: l’incapacità di accettare l’opera come faccenda unitaria e, ormai schiavi di una convergenza ipertrofica, la necessità endemica di espanderla. La carta canta per davvero.


[1] Cfr. David Shields, Fame di realtà. Un manifesto, Fazi, Roma 2010.
[2] Leggi qui, ad esempio.
[3] I Traumatics su Facebook con relativi link
[4] Per saperne di più: Jay David Bolter e Richard Gruisin, Remediation: Understanding New Media, MIT Press, Boston 2000; Lev Manovich, Il linguaggio dei nuovi media, Olivares, Milano 2002.
[5] Cfr. Henry Jenkins, Cultura Convergente, Apogeo, Milano 2007.

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