venerdì 6 maggio 2011

PopCinema?





Stavo cercando di riflettere sul senso dell'uso della canzone pop nel cinema. Solitamente, noi che siamo cresciuti ascoltando indie, chitarre elettriche e cantanti stonati, ogni volta che parte una canzone che conosciamo sullo schermo ci diamo di gomito compiaciuti, pensando: «hai visto? Il regista è uno dei nostri». Ma sembra che la riflessione si fermi lì. La musica pop è un terreno grigio tra gli appassionati di cinema e gli appassionati di musica; tra gli studiosi di cinema e gli studiosi di musica. Quando parte These Days di Nico ne I Tenenbaum chi ha divorato i vinili dei Velvet Underground pensa al senso del testo della canzone in relazione a quello che passa sullo schermo, mentre il cinefilo guarda prima al ralenty, al campo/controcampo e a come la canzone crei lo spazio in cui lo scambio empatico tra i due personaggi può avvenire senza le interferenze del mondo esterno. Lo stesso dicasi per ogni pezzo musicale che parte in Alta Fedeltà di Stephen Frears: per il melomane è la dimostrazione confortante di non essere solo, per il cinefilo l'interessante esperimento di una narrazione che prende i "tempi morti" della musica come lo scatto che fa andare avanti il Discorso (cfr. Chatman:1978)...


Nella mia tesi di laurea ho cercato di inserire le canzoni pop utilizzate da alcuni registi del nuovo cinema americano (es. Wes Anderson, PT Anderson e Noah Baumbach) in un più generale quadro teorico culturale: un tentativo malriuscito - e, ai tempi, inconsapevole - di usare gli Studi Culturali. O qualcosa del genere. In effetti sembra facile e naturale, ma non lo è. Certo, qualcuno direbbe che mi faccio troppe seghe mentali. Forse è vero. Però sono più di quarant'anni che la musica pop viene usata in maniera "significante", e ancora non si riesce andare oltre l'idea di un ammiccamento, di un compiacimento, di un'aderenza del testo della canzone a quanto mostrato.

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