
Il cinema di Nanni Moretti è sempre stato un cinema di maschere: i suoi corpi attoriali sono dei personaggi stilizzati in grado di rappresentare commedie universali con la semplicità di un espressionismo in sottrazione. Non è un caso che, in Habemus Papam, il "personaggio" Moretti (capace anche di riflettere sulle ossessioni narcisistiche dell'"autore" Moretti) esca di scena inquadrato attraverso una porta. Non solo una quinta teatrale ma un espediente che, unito alla sua caratteristica "postura", connota il suo portare la maschera. Il livello della maschera e il livello del teatro. Il film è disseminato di porte e barriere architettoniche: gli spazi si fanno palcoscenico. Dall'iniziale "footage" dei funerali di Wojtyla, ai drappi rossi che sventolano a vuoto dopo l'annuncio mancato del cardinale protodianico, dai portoni di una Roma scoperta passo dopo passo, ai cortili vaticani in cui lo psicanalista diventa "regista" del torneo di pallavolo. Non è poi un caso che lo svelamento del Papa, nel teatro romano, arrivi alla prima de Il Gabbiano di Checov - testo sul lutto, l'inadeguatezza e l'infelicità - con le tende dei palchi che si aprono contemporaneamente come ad annunciare l'ineluttabilità dello spettacolo che un Melville/Piccoli - il quale confessa di aver sempre voluto fare l'attore - si trova "costretto" a recitare.
In quanto continuo susseguirsi di palchi naturali, palchi artificiali, recite effettive, attori in corpi attoriali e così via, le maschere "comiche" di Habemus Papam possono muoversi secondo itinerari stabiliti, geometrici, rigidi (il processo cardinalizio; le regole del torneo di pallavolo; il tragitto del tram). I movimenti liberi di Melville creano scompiglio e confusione non tanto per le regole e le tradizioni che vanno a rompere e intaccare, quanto per la disarmonia che "infetta" i vari livelli. Infatti, la regia di Moretti è qui precisa, geometrica, essenziale. Fa parlare il suo stile attraverso dei semplici movimenti lungo assi orizzontali e verticali, concentrandosi su uno sguardo che "vuole" assumere un punto di vista teatrale: non tanto monodirezionale quanto capace di lasciare libero spazio alle maschere. Da qui il parallelo tra l'altro personaggio anarchico del film: il primo attore della compagnia, interpretato da Dario Cantarelli. La sua è una maschera tragica venata di comicità - ruolo che ha sempre interpretato lungo la filmografia morettiana - che diventa simbolico punto di svolta dove Cechov incontra l'uomo Melville. Da questo incontro nascerà poi la riflessione sul disagio del personaggio Melville, su questa maschera nella maschera che, dopo aver accettato suo malgrado la nomina a Papa, esce di scena dichiarando la sua inadeguatezza.
Il palco resta vuoto.
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