
Non bisogna leggere la vittoria degli Arcade Fire agli ultimi Grammy Awards come un premio al «miglior disco» in quanto tale. C'è molto altro: The Suburbs è la dimostrazione che certe cose possono effettivamente succedere. È divertente leggere i commenti tra l'arrabbiato e lo stupefatto degli appassionati e fan della MTV Generation 2.0 (che si distingue dalla prima MTV Generation perché, per lo meno, tra gli anni Ottanta e Novanta il trend musicale era qualcosa di oggettivamente più presentabile) che, su twitter e Facebook, si sono chiesti chi diavolo fosse quel mucchio di freaks pettinato male che ha osato intaccare il trono dorato della pop music.
Le argomentazioni sono risibili. Scorrendo le immagini raccolte nel tumblr ironico Who Is Arcade Fire [1], si legge che il premio sarebbe immeritato in quanto: a) nessuno li conosce, b) non hanno nessuna canzone nella Top 10, c) hanno un nome ridicolo... etc. Pur tenendo conto che la dimensione del Grammy non è quella di un normale concorso musicale [2], le motivazioni dei fan che si sentono traditi dall'industria culturale finiscono non appena si cerca un contatto con la realtà. Prima di tutto perché gli Arcade Fire non sono sconosciuti: dopo l'uscita di The Suburbs hanno riempito il Madison Square Garden [3] e, negli anni, hanno diviso il palco con – tra gli altri – David Bowie e Bruce Springsteen.
Ma c'è dell'altro. Se gli Arcade Fire sono riusciti a scheggiare l'immaginario collettivo al punto da trovarsi lì in mezzo a re, regine e cortigiani, è anche grazie al particolare "sguardo" che sono stati in grado di costruire e donare. Le loro canzoni si sono sempre poste nei territori angusti della messa in discussione di qualunque certezza. Funeral, l'esordio, è un concept-album che indaga la Morte per trovare la vita. Neon Bible è, sin dal titolo, più introspettivo: indagine sul Doppio e sull'alienazione dell'individuo nella metropoli. The Suburbs è ancora più ambizioso in quanto diventa quasi summa di una ulteriore messa in crisi: questa volta, il soggetto, è lo statuto di realtà.
L'effetto è reso ancora più evidente dalle immagini che derivano dal sodalizio artistico con Spike Jonze, il regista, con cui avevano già collaborato nel 2009 permettendo di utilizzare Wake Up per il trailer de Nel paese delle creature selvagge. Il video per la canzone The Suburbs [4] è in realtà il "pilota" di un cortometraggio presentato all'ultimo festival del cinema di Berlino. Il film si chiama Scene from the Suburbs ed è stato scritto a quattro mani da Jonze e il leader della band Win Butler. Nel video si mescola la spensieratezza malinconica dei film di John Hughes alla paranoia post-11 Settembre. I ragazzi protagonisti del video si muovono in bicicletta giocando alla guerra tra carri-armato e auto della polizia. Non è solo la paranoia del controllo, quanto l'esplosione della paura dell'Altro, dell'incertezza del reale e della presenza di un "perturbante" capace di mettere in discussione la vita di tutti i giorni.
Questo dualismo è da sempre un tema ricorrente (al limite dell’ossessivo) tanto per Spike Jonze, quanto per gli Arcade Fire. L'Eden borghese non è recitato per lasciare l'Inferno fuori dal giardino, ma ne fa parte, si regge su un equilibrio fragilissimo pronto non tanto a collassare di per sé, quanto a farsi distruggere, polverizzare, fisicamente. Il conflitto è cruento perché tocca non solo il corpo, ma la mente. Si sviscera quel sottile senso di paranoia che arriva direttamente dalle "storie di formazione" degli adolescenti di Stephen King e che Jonze ha espresso magistralmente proprio nel suo ultimo lungometraggio.
Gli Arcade Fire hanno rappresentato, in questi Grammy, proprio questo incontro con l'Altro, il "perturbante" che mette in crisi la realtà fittizia del music biz. Sono così profondamente ancorati al nostro tempo da apparirne totalmente alieni [5]. Lady Gaga e Eminem, nella loro trasgressione controllata, rappresentano la quintessenza del godimento istantaneo e massimale, il mantenimento dello status-quo, il perdurare delle certezze acquisite. La vittoria degli Arcade Fire va oltre il livello del puro simbolismo. Nel contesto di un apparentemente irreversibile rovesciamento del reale (che sembra essere costante del panorama mainstream musicale contemporaneo), più un testo sembra parlarci del reale, più cerchiamo di starne lontani. Ecco perché se Lady Gaga, Katy Perry, Eminem e Rihanna rappresentano "il suono in cui viviamo", l'imperturbabile giardino pieno di delizie zuccherine, lo spettacolo per lo spettacolo che non ha niente da volere e potere offrire oltre il gigantismo coreografico, gli Arcade Fire rappresentano l’universo del suono in cui vorremmo vivere.
[1] http://whoisarcadefire.tumblr.com/
[2] Essendo l'evento che più si avvicina alla dimensione dell'Oscar, il ruolo delle major, dei dati di vendita e del successo di pubblico ha una certa rilevanza.
[3] http://www.rollingstone.com/music/news/arcade-fire-go-big-at-madison-square-garden-20100805
[4] http://www.youtube.com/watch?v=HklplrJxEOY
[5] Più che citare Debord, da qui in avanti si tenta di applicare Baudrillard.
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