venerdì 18 marzo 2011

Le stravaganti strategie di marketing cinematografico

Finalmente, dopo un anno circa, esce anche in Italia Greenberg, l'ultimo film di Noah Baumbach. Lasciando un attimo da parte il fatto che tutte le persone interessate l'hanno già visto in un modo o nell'altro, e che non ha molto senso uscirsene con tutto questo ritardo, è interessante constatare come le strategie comunicative del cinema siano sempre le stesse.
Vi ricordate Se mi lasci ti cancello? La scelta delirante del titolo era dovuta alla ricerca di una fetta di mercato che connota non solo Jim Carrey come attore comico, ma anche i film con il titolo "se... ti..." come delle irresistibili commedie per passare 90 minuti in allegria. E invece. Non a caso, per l'edizione in dvd, si è optato per il titolo originale e morta lì. Era il 2004. Gli albori di indiewood.
Per l'uscita nel nostro paese, il distributore ha deciso di adottare una tattica simile. Il film si chiamerà Lo stravagante mondo di Greenberg. Sono passati sette anni. Baumbach è ormai un regista riconosciuto e acclamato, ma qui da noi si punta ancora al traino della "cosa buffa". That's entertainment.


Questa è la locandina originale del film:




Messaggio ridotto al minimo. Aperto. Non ti guida né cerca di costruire  un particolare tipo di aspettativa. Il nome del divo è usato semplicemente come "dato di fatto". Quel che più resta impresso della locandina, è l'enorme spazio bianco. Per di più, il lavoro del regista è citato: « from the acclaimed directore of The Squid And The Whale ». Insomma: si punta all'idea che in un mercato diversificato si accetti un attore comico in un contesto diverso (del resto, pensare a Ben Stiller solo come il protagonista della serie Ti presento i... è una stortura tipicamente italiana).


Ecco, invece, la locandina italiana.




Prima di tutto, quello "stravagante" obliquo suggerisce un film diverso, sopra le righe, ontologicamente divertente. È pure bordato di nero, diversamente dal nome del personaggio principale. Salta subito all'occhio così da far pensare che la cifra dell'opera sia, appunto, la stravaganza.
Poi il fotomontaggio. Ben Stiller catturato in una posa insolitamente - dato il contesto - serena con Greta Gerwig che lo guarda con desiderio mista ammirazione e l'immancabile cane che suggerisce empatia, tenerezza, unità familiare e cose buffe a caso. A guardare la locandina, ci si immagina che il quadrupede sia un personaggio fondamentale e protagonista di scene indimenticabilmente divertenti e tenere modello una puntata qualsiasi di Striscia la notizia.
Sono passati anni, ma ancora si usa considerare lo spettatore come uno stupido che non è capace di farsi un'opinione e che ha bisogno di essere guidato per scegliere i suoi consumi. Del resto, qui il nome di Noah Baumbach non appare se non nei credits conclusivi.


Ultimo, il trailer. Ecco come negli Stati Uniti veniva sponsorizzato il film:




Si punta all'essenza della pellicola. Si esplicita subito il fatto che, essendo il film di Noah Baumbach, non ci può certo aspettare Dodgeball. La selezione delle sequenze e l'uso della canzone degli LCD Soundsystem (che non appare nel film) è funzionale al messaggio principale dell'opera.


Ecco, invece, Lo stravagante mondo di Greenberg.




Musica cambiata. Doppiaggio fatto di voce simpaticose. Didascalie che suggeriscono, ancora, la stravaganza, la buffezza, l'immagine di Ben Stiller come attore "slapstick" e basta. Le sue psicosi e manie non sono certo lette come forma di disagio, ma come forma di straordinarietà. È sempre il solito discorso della ricerca dell'eccezionalità a tutti i costi in grado di livellare e rendere tutto mediocre. Chi va al cinema dopo aver visto questo trailer si immagina una simpatica commedia à la Woody Allen - del resto, siamo anche qui convinti che Woody Allen sia fondamentalmente un comico brillante - fatta di simpatici dissociati che fanno cose divertenti e così fuori da normale. Sarà questo il messaggio che passerà, e sarà questo il motivo per cui la gente uscirà dal cinema delusa e arrabbiata, giudicherà il film come « lamata » e lo sconsiglierà a tutti con la scusa del: « non fa così ridere ». Esattamente come quelli che, usciti da Se mi lasci ti cancello - e non da Eternal Sunshine of the Spotless Mind - si lamentavano del fatto che non si capisse assolutamente niente e che Jim Carrey non facesse nemmeno un faccetta.

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