Soffrendo di insonnia cronica si scoprono molte cose. Ad esempio che le tv musicali in chiaro passano ancora dei video. C’era un tempo, più o meno verso le fine degli anni ’90, dove guardare quei canali per un adolescente significava farsi un’idea di quello che davvero poteva succedere fuori dai muri di camera sua. Certo, probabilmente era meglio uscire per davvero e andare a giocare a calcio o cercare qualche negozio di dischi per andare oltre il cestone delle offerte al supermercato, ma era meglio di niente. Chiaro che i programmi non erano un granché, ma col senno di poi sono buoni tutti. In quegli andavano molto i Goo Goo Dolls, i Counting Crows e altra roba americana che ha fatto un successo clamoroso per un’estate per poi sparire nel limbo fino a quando non diventi abbastanza grande da comprarti qualche rivista musicale e scoprire che non solo esistono ancora, ma che negli Stati Uniti vendono tantissime copie. Ma erano gli anni del brit-pop e anche in Italia si era tutti un po’ brit-pop. Se avevi tra i dieci e i quattordici anni e non ti piacevano il rap e la musica da discoteca, i tuoi miti erano Noel Gallagher e Thom Yorke. Non tutti potevano contare su un fratello maggiore che si era fatto gli anni novanta – quelli veri – distruggendosi le orecchie con gruppi che solo in seguito sarebbe arrivato ad amare come i Sonic Youth, i Dinosaur Jr., gli Hüsker Dü. Bisognava andare per piccoli passi. I suoi genitori non avevano una grande collezione di dischi – e col tempo avrebbe poi capito che quella collezione era davvero una collezione banale da genitore fruitore occasionale piena di musica di enorme successo che faceva bella mostra di sé in tutte le case della classe media: i Supetramp… i Dire Straits… gli immancabili Queen… c’erano addirittura gli Eagles e Born In The USA di Springsteen – Internet era un’idea ancora lontana e non c’erano soldi per comprarsi dischi a caso. C’era solo un modo per sentire un po’ di chitarre elettriche ed era accendere la tv. Lasciar perdere i compiti e sperare che passassero un po’ di Oasis, un po’ di Radiohead e magari quella bella canzone acustica dei Verve col video girato sulle rive del Tamigi e che ti ricorda l’estate passata a Londra in vacanza studio. Happiness, coming and going… già. In quel momento lo zapping era diventato deprimente. Non tanto per la qualità della proposta – era scarsa, le due reti televisive non andavano molto bene e non c’era più un’idea chiara di quello che bisognava fare – quanto perché si era reso conto per la prima volta di invecchiare. Le tizie sullo schermo avevano tutte la sua età o un anno o due in più di lui quando non addirittura più giovani. Erano lì, sullo schermo, facevano musica di merda ma guadagnavano un sacco di soldi, facevano quello che volevano e potevano permettersi di non preoccuparsi. Di niente. Stava invecchiando e – come se non bastasse – aveva capito, ma questo già da un po’ di tempo, di essere nato nel posto sbagliato. A ventitre anni uno dovrebbe già suonare in giro per l’Europa, farsi qualche festival in Spagna o in Germania, uscire per un’etichetta discografica fica e magari aprire i concerti dei Flaming Lips, non stare sul divano a guardare la tv facendo la conta delle bottiglie di birra da buttare e tenendo a mente i giorni che lo separano dagli ultimi esami dell’università. Quindi è davvero tutto lì? L’eredità del suo pessimo carattere: quattro band in due anni, quattro scioglimenti dolorosi, due demo tape, un disco auto-prodotto, (tra l’altro recensito bene da un paio di siti internet che per un certo periodo sono andati anche di moda quando le webzine sembravano il futuro) un paio di decine di concerti retribuiti (il cinquatone d’ordinanza), molte decine di concerti “per la gloria”, un paio di aperture importanti, qualche apertura scrausa dove non avevano avuto nemmeno la birra gratis, una miriade di rapporti umani basati sulla falsità e il favore reciproco e, dopo lo scioglimento, l’idea che tutte quelle persone con cui hai condiviso momento importanti se ne siano andate per sempre. Ed eccolo lì. Solo. Alle 4 del mattino a guardare video musicali in tv aspettando di crollare. I suoi genitori sarebbero tornati a fine settimana ma non aveva voglia di mettere a posto, ordinare, cose del genere. La camera era uno schifo. Un ammasso di polvere, vestiti stropicciati in un angolo, lattine di Coca Cola e bottiglie di birra, cartoni di pizza d’asporto, libri e dischi sparsi un po’ ovunque, la chitarra piazzata lì pronta all’uso (anche se, a fine estate, forse avrebbe dovuto pulirla bene) e il letto ovviamente sfatto, ovviamente mai rifatto, ovviamente inagibile. Era il ritratto dello scazzo ma gli ultimi due mesi e mezzo erano stati terribili. Aveva perso la band, era stato piantato, aveva rifiutato un voto ad un esame e agli altri era stato bocciato. Se avesse avuto un lavoro, sarebbe stato licenziato. Era questa la tua tanto celebrata estate? La tua tanto celebrata estate del cazzo? Bella merda. Stefano voleva fare il rock’n’roll. Ma era troppo tardi. Era troppo vecchio per il rock’n’roll. Era troppo vecchio per tutto quello che poteva interessargli davvero nella vita. Quando Evan Dando ha scritto It’s A Shame About Ray aveva sì venticinque anni (due in più di lui, ora) ma era anche il quinto disco. Poteva cominciare a scrivere, forse. Molti dei suoi scrittori preferiti non facevano niente fino ai trent’anni ma poi uscivano per Penguin’s, Harper’s, McSweeney’s e subito diventavano culto. È un'altra cosa. Avrebbe solo sprecato del tempo. Era un signor nessuno figlio di signori nessuno e aveva, formalmente, tutta la vita davanti ma sapeva che con l’arrivo della laurea la sua vita sarebbe finita. Fine dei sogni. Fine delle speranze giovanili e della frivolezza dei giorni migliori. Finiti i giorni dove potevano lasciarsi andare a pensieri ed immaginazioni di grandi concerti, grande musica, grandi viaggi. Ancora pochi mesi e si sarebbe schiantato al suolo. Un impatto terribile. Con la realtà Si sarebbe preso la sua laurea del cazzo e avrebbe cercato un bel lavoretto tra i meno-peggio tanto per dire di fare qualcosa nella vita e così via fino alla fine. Wow. Fico. È davvero tutto qui? Che enorme spreco di tempo. Che enorme spreco di spazio. Che enorme spreco di risorse.
- Ah, avessi io la tua età… spaccherei il mondo!» gli diceva ogni tanto suo padre.
- Già. Peccato che quando avevi la mia età non l’hai fatto.
Ma non glielo aveva mai detto. Gli mancava il coraggio.
Va a finire che si scopre pure che Stefano è un gran codardo.