martedì 3 novembre 2009

L'uomo centenario

(1908-2009)

Se ne va all'età giusta. Dopo aver visto ogni cosa. Dopo aver capito tutto.

venerdì 23 ottobre 2009

Comitato per l'abolizione del sonno


La crisi della postmodernità ha portato un nuovo modo di intendere la giornata. Se la vita, così come tutto quello che la forma, la riempie e la circonda, è diventata frammentata al punto da non essere più catalogabile con i vecchi schemi, allora bisogna ripensare ai 'veri' bisogni primari. Per rinnovare la società, renderla più civile, più libera, più vicina ai bisogno della gente e lontana dalle contraddizioni del globale e dei fallaci bisogni secondari che ci hanno trasformato in consumatori inconsapevoli, dobbiamo ritornare a vivere una vita piena di stimoli culturali primari. Per questo il sonno, tattica di bieco capitalismo per l'industria dell'intrattenimento, della televisione, della Eminflex, quindi di Berlusconi, va abolito poiché impigrisce, imbruttisce, irrita. Non c'è niente di meglio che un buon pisolino, direte voi, ma è anche vero che in questa nuova società iper-tecnologica e ultra veloce, nessuno riesce più a dormire bene. Quindi, tanto vale scartarlo e passare avanti.

Nessun dorma. 'che tanto è inutile.

martedì 13 ottobre 2009

Taking Woodstock (Ang Lee, 2009)

Leggo un po' ovunque il plauso della critica (e del pubblico) per Taking Woodstock, ultima fatica di uno dei registi più sopravvalutati del pianeta: Ang Lee. Visto il soggetto e le premesse -- come un buonissimo trailer che, in maniera infingarda va ammesso, infilava pure un brano della colonna sonora da I Tenenbaum -- avevo deciso di dargli un'ulteriore possibilità. Del resto, è quasi impossibile tirar fuori qualcosa di brutto se si parla di rock'n'roll, no? E invece no. Ci vuole un talento particolare per farlo e Ang Lee ce la mette tutta per essere fastidioso, ridondante, pornografico, vacuo. 

Il sempre puntuale Cineroom scrive:

Quella presa di Woodstock che è esattamente quello che Ang Lee vuole raccontare: il suo ultimo film non ci mostra infatti praticamente mai il celebre concerto, nè i cantanti che hanno preso parte all’evento; il regista taiwanese si concentra invece su come Woodstock è stato possibile, su quello che è avvenuto prima del concerto e su come è stato preso quel terreno da un giovane, Elliott Tiber, e da un ristretto gruppo di persone che l’ha aiutato nel suo intento.

Ma sono d'accordo solo sulle intenzioni. E' interessante sì il travaglio esistenziale del giovane protagonista ma l'argomento quello che c'è stato dietro e cosa invece è stato dopo Woodstock è stato sviscerato così tante volte che è davvero difficile non risultare pedanti, noiosi e didascalici. Ora, siamo d'accordo che la storia principale è la solita storia dell'emancipazione dell'adolescente che ha bisogno di perdere la sua verginità, lasciare la campana di vetro del grembo materno per gettarsi nel mondo. Ma è anche vero che questo tòpos -- strettamente americano -- permette una tale libertà narrativa da poter fare quello che si vuole. Per dire, il mondo del cinema è pieno di pellicole su questo tema che, anche se spesso cadono nell'effetto nostalgia & stereotipi (esempio, Almost Famous di Cameron Crowe) non perdono quel tocco, quella leggerezza e quell'urgenza tale da far perdonare anche alcuni difetti da "aaah come si stava bene a quei tempi". Insomma, la retorica attorno agli anni '60-'70 ha un po' rotto i coglioni e certi temi permettono altre narrazioni, altre vicende, altri approfondimenti.

Ma questo è un altro discorso. Perché il vero difetto di Taking Woodstock è la sua assoluta piattezza. E questa piattezza va attribuita essenzialmente ad Ang Lee. Non è un problema di stereotipi (tantissimi, a ripetizione, fastidiosissimi) ma del fatto che non ci sia nessun'urgenza, non c'è lo "spirito" di quei giorni e nemmeno un spirito lontanamente vicino al rock'n'roll -- e non è una questione di colonna sonora. La rabbia giovane, ad esempio, è un film rock'n'roll in tutto e per tutto pur non avendo un solo pezzo rock nello score (ma mi rendo conto che mettere uno dei massimi capolavori del cinema d'autore accanto ad un filmetto di cui tra qualche mese non parlerà più nessuno è un po' una vigliaccata) -- ed è davvero girato male. Inquadrature indulgenti, ossessivamente pornografiche, split screen gratuiti e inutili (ok, vuoi fare l'overlapping e la simultaneità... impara piuttosto a fare un pianosequenza! Dopo DePalma o 24 lo split screen è un po' ridicolo e ricorda troppo quella cagata di Hulk), qualunquismo inutile nei momenti di passaggio fondamentali... e così via. Poi mi sembra davvero ridicolo puntare ancora sulla regola "Judy Garland:omosessuali". Mi sembra discriminante. Intrinsecamente machista. Ma alla fine si vede come la natura di questo film sia paracula. Non prende mai una posizione, non dice, non fa, non si espone. Emblematica a questo punto la scena della madre (ebrea) che si addormenta abbracciata ai soldi e il padre che qualche minuto dopo spiega al figlio di amarla comunque. Non è questione di amore cieco, è questione di amore demente, pavido, vigliacco. Da gente che non ha coraggio. E Ang Lee fa parte di una schiera di registi che semplicemente non ce l'hanno.

Un film intrinsecamente conservatore. Un mezzo capolavoro per come si sia potuto tirare fuori una tale schifezza da un serbatoio umano ricchissimo e praticamente impossibile da rovinare. Ang Lee ha dichiarato: "Ovviamente a Woodstock non c'ero. Mi limitavo a leggere le notizie e ascoltare rock'n'roll". Si vede che il rock'n'roll l'ha davvero soltanto ascoltato senza probabilmente capirne niente.

domenica 11 ottobre 2009

In search of something



L'arroganza del potere di guidare il gregge è sempre sul punto di trasformarsi in oppressione, ma troppo spesso il gregge l'accoglie con gratitudine, quando addirittura non la reclama a gran voce, come garanzia affidabile di una routine quotidiana stabile e protetta.

Zygmunt Bauman

domenica 4 ottobre 2009

Niente è cattivo. Tutto è permesso.


È ingenuo credere che si possa uscire sani di spirito e salvi di corpo, dal terribile Ventesimo secolo che somma due guerre mondiali, quarantacinque anni di guerra, fredda per noi, ma calda per il resto del mondo, settant'anni di rivoluzione totalitaria, con in più qualche genocidio. Immaginare che sia sufficiente che le armi tacciano affinché il buonsenso trionfi, è pure farsa! Una guerra troppo prolungata scatena una patologia nichilista che Tucidide chiamava "peste". Tabù e rispetto si dissolvono, scrupoli e pudori saltano, si gioisce dei rischi e delle trasgressioni supreme. Avendo un permanente e Infinito stravolgimento dei valori. Questa peste mentale, Ernst Jünger l'ha cantata alla fine della prima guerra mondiale. Ormai affligge e infetta tutti e cinque i continenti.

André Glucksmann

martedì 8 settembre 2009

Cronache dalla fine della postmodenità


(1924-2009)

Il caso più vistoso di riduzione del superman all'every­man lo abbiamo in Italia nella figura di Mike Bongiorno e nella storia della sua fortuna. Idolatrato da milioni di persone, quest'uomo deve il suo successo al fatto che in ogni atto e in ogni parola del personaggio cui dà vita davanti alle telecamere traspare una mediocrità assoluta uni­ta (questa è l'unica virtù che egli possiede in grado eccedente) ad un fascino immediato e spontaneo spiegabile col fatto che in lui non si avverte nessuna costruzione o fin­zione scenica: sembra quasi che egli si venda per quello che è e che quello che è sia tale da non porre in stato di inferiorità nessuno spettatore, neppure il più sprovveduto. Lo spettatore vede glorificato e insignito ufficialmente di autorità nazionale il ritratto dei propri limiti.

Umberto Eco

domenica 6 settembre 2009

Incertezze notturne - pt.1

Soffrendo di insonnia cronica si scoprono molte cose. Ad esempio che le tv musicali in chiaro passano ancora dei video. C’era un tempo, più o meno verso le fine degli anni ’90, dove guardare quei canali per un adolescente significava farsi un’idea di quello che davvero poteva succedere fuori dai muri di camera sua. Certo, probabilmente era meglio uscire per davvero e andare a giocare a calcio o cercare qualche negozio di dischi per andare oltre il cestone delle offerte al supermercato, ma era meglio di niente. Chiaro che i programmi non erano un granché, ma col senno di poi sono buoni tutti. In quegli andavano molto i Goo Goo Dolls, i Counting Crows e altra roba americana che ha fatto un successo clamoroso per un’estate per poi sparire nel limbo fino a quando non diventi abbastanza grande da comprarti qualche rivista musicale e scoprire che non solo esistono ancora, ma che negli Stati Uniti vendono tantissime copie. Ma erano gli anni del brit-pop e anche in Italia si era tutti un po’ brit-pop. Se avevi tra i dieci e i quattordici anni e non ti piacevano il rap e la musica da discoteca, i tuoi miti erano Noel Gallagher e Thom Yorke. Non tutti potevano contare su un fratello maggiore che si era fatto gli anni novanta – quelli veri – distruggendosi le orecchie con gruppi che solo in seguito sarebbe arrivato ad amare come i Sonic Youth, i Dinosaur Jr., gli Hüsker Dü. Bisognava andare per piccoli passi. I suoi genitori non avevano una grande collezione di dischi – e col tempo avrebbe poi capito che quella collezione era davvero una collezione banale da genitore fruitore occasionale piena di musica di enorme successo che faceva bella mostra di sé in tutte le case della classe media: i Supetramp… i Dire Straits… gli immancabili Queen… c’erano addirittura gli Eagles e Born In The USA di Springsteen – Internet era un’idea ancora lontana e non c’erano soldi per comprarsi dischi a caso. C’era solo un modo per sentire un po’ di chitarre elettriche ed era accendere la tv. Lasciar perdere i compiti e sperare che passassero un po’ di Oasis, un po’ di Radiohead e magari quella bella canzone acustica dei Verve col video girato sulle rive del Tamigi e che ti ricorda l’estate passata a Londra in vacanza studio. Happiness, coming and going… già. In quel momento lo zapping era diventato deprimente. Non tanto per la qualità della proposta – era scarsa, le due reti televisive non andavano molto bene e non c’era più un’idea chiara di quello che bisognava fare – quanto perché si era reso conto per la prima volta di invecchiare. Le tizie sullo schermo avevano tutte la sua età o un anno o due in più di lui quando non addirittura più giovani. Erano lì, sullo schermo, facevano musica di merda ma guadagnavano un sacco di soldi, facevano quello che volevano e potevano permettersi di non preoccuparsi. Di niente. Stava invecchiando e – come se non bastasse – aveva capito, ma questo già da un po’ di tempo, di essere nato nel posto sbagliato. A ventitre anni uno dovrebbe già suonare in giro per l’Europa, farsi qualche festival in Spagna o in Germania, uscire per un’etichetta discografica fica e magari aprire i concerti dei Flaming Lips, non stare sul divano a guardare la tv facendo la conta delle bottiglie di birra da buttare e tenendo a mente i giorni che lo separano dagli ultimi esami dell’università. Quindi è davvero tutto lì? L’eredità del suo pessimo carattere: quattro band in due anni, quattro scioglimenti dolorosi, due demo tape, un disco auto-prodotto, (tra l’altro recensito bene da un paio di siti internet che per un certo periodo sono andati anche di moda quando le webzine sembravano il futuro) un paio di decine di concerti retribuiti (il cinquatone d’ordinanza), molte decine di concerti “per la gloria”, un paio di aperture importanti, qualche apertura scrausa dove non avevano avuto nemmeno la birra gratis, una miriade di rapporti umani basati sulla falsità e il favore reciproco e, dopo lo scioglimento, l’idea che tutte quelle persone con cui hai condiviso momento importanti se ne siano andate per sempre. Ed eccolo lì. Solo. Alle 4 del mattino a guardare video musicali in tv aspettando di crollare. I suoi genitori sarebbero tornati a fine settimana ma non aveva voglia di mettere a posto, ordinare, cose del genere. La camera era uno schifo. Un ammasso di polvere, vestiti stropicciati in un angolo, lattine di Coca Cola e bottiglie di birra, cartoni di pizza d’asporto, libri e dischi sparsi un po’ ovunque, la chitarra piazzata lì pronta all’uso (anche se, a fine estate, forse avrebbe dovuto pulirla bene) e il letto ovviamente sfatto, ovviamente mai rifatto, ovviamente inagibile. Era il ritratto dello scazzo ma  gli ultimi due mesi e mezzo erano stati terribili. Aveva perso la band, era stato piantato, aveva rifiutato un voto ad un esame e agli altri era stato bocciato. Se avesse avuto un lavoro, sarebbe stato licenziato. Era questa la tua tanto celebrata estate? La tua tanto celebrata estate del cazzo? Bella merda. Stefano voleva fare il rock’n’roll. Ma era troppo tardi. Era troppo vecchio per il rock’n’roll. Era troppo vecchio per tutto quello che poteva interessargli davvero nella vita. Quando Evan Dando ha scritto It’s A Shame About Ray aveva sì venticinque anni (due in più di lui, ora) ma era anche il quinto disco. Poteva cominciare a scrivere, forse. Molti dei suoi scrittori preferiti non facevano niente fino ai trent’anni ma poi uscivano per Penguin’s, Harper’s, McSweeney’s e subito diventavano culto. È un'altra cosa. Avrebbe solo sprecato del tempo. Era un signor nessuno figlio di signori nessuno e aveva, formalmente, tutta la vita davanti ma sapeva che con l’arrivo della laurea la sua vita sarebbe finita. Fine dei sogni. Fine delle speranze giovanili e della frivolezza dei giorni migliori. Finiti i giorni dove potevano lasciarsi andare a pensieri ed immaginazioni di grandi concerti, grande musica, grandi viaggi. Ancora pochi mesi e si sarebbe schiantato al suolo. Un impatto terribile. Con la realtà Si sarebbe preso la sua laurea del cazzo e avrebbe cercato un bel lavoretto tra i meno-peggio tanto per dire di fare qualcosa nella vita e così via fino alla fine. Wow. Fico. È davvero tutto qui? Che enorme spreco di tempo. Che enorme spreco di spazio. Che enorme spreco di risorse.
- Ah, avessi io la tua età… spaccherei il mondo!» gli diceva ogni tanto suo padre.
- Già. Peccato che quando avevi la mia età non l’hai fatto.
Ma non glielo aveva mai detto. Gli mancava il coraggio.
Va a finire che si scopre pure che Stefano è un gran codardo.